Vivendo in una società prevalentemente cristiana, ed in specie cattolica, sin da bambini ci è stata inculcata l’idea dell’unico Dio, la legge dei dieci comandamenti, il peccato mortale e quello veniale, il Paradiso, L’inferno, il libero arbitrio, ed altro ancora.
Crescendo e diventando adulti e maturi, cominciamo a porci delle domande in ordine a questi argomenti, cui alla fine, si crede solo per puro atto di fede.
La curiosità, in uno alla nascosta voglia innata di comprovare la veridicità di quanto insegnatoci, ci porta a chiederci tra l'altro, se l’idea del Paradiso e dell’Inferno, in quanto rappresentativi di un sistema di premio e castigo, sia datata al cristianesimo o se sia presente anche in più antiche religioni.
Per il cristiano, il riscontro del Paradiso e dell’Inferno viene certificato dai Vangeli, per cui non vi sono dubbi storici. E’ doveroso aggiungere tuttavia che solo nel XII sec. fu introdotta dalla Chiesa la figura del Purgatorio, come luogo di purificazione delle anime che in vita non avessero commesso peccati mortali o comunque tali da meritare l’Inferno.
Detto questo, e dato per assodato che tutti conosciamo la definizione di questi luoghi ultraterreni, mi spingo in epoca pre-cristiana, presso i Greci, dove si adoravano gli Dei, e tra il V e IV sec. a.C., incontro il nostro caro Platone.
A quei tempi era universalmente accettato che gli Dei, a loro discrezione, e senza alcun reale giudizio obiettivo, punissero o premiassero gli uomini che, a loro volta, nulla potevano opporre per cambiare le cose.
Platone scardinò questo concetto ed asserì che l’uomo, in quanto anima, aveva il libero arbitrio di scegliere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, ed era egli stesso l’artefice del proprio destino. Gli Dei non c’entravano in tutto questo poiché si trattava di regole universali, cui essi stessi si adeguavano. (Stiamo parlando di circa 500 anni prima di Cristo)
Nel suo gioiello letterario, la “Repubblica” vado quindi a pescare il mito di Er, che mi permetto di sintetizzare al massimo e nel quale troviamo,in buona sostanza, il libero arbitrio, l’Inferno, il Paradiso ed anche il Purgatorio, pur se presentati ed operanti in maniera diversa.
IL MITO DI ER
Er, un valoroso guerriero, morì eroicamente in una battaglia e dopo dieci giorni, assieme ad altri corpi, fu recuperato per avere una degna sepoltura. Al dodicesimo giorno, mentre veniva messo su una pira per poi essere dato alle fiamme, resuscitò e raccontò di essere stato nell’aldilà.
Appena morto, la sua anima, assieme a molte altre, si era diretta verso un luogo bellissimo.
Qui, sulla sinistra, vi erano due grandi voragini che sprofondavano nella terra e delle quali una serviva per entrare nel baratro e l’altra per uscirne e, in modo analogo, altre due voragini, sulla destra, portavano in alto verso il cielo.
Le voragini sulla sinistra erano collegate ad un luogo di tortura e sofferenza, ed in esse vi erano dei guardiani feroci, fatti di fuoco (Inferno per pena infinita e Purgatorio per pena temporanea), mentre quelle di destra portavano al cielo, in un luogo di indescrivibili visioni celesti, di godimenti e di gioia (Paradiso temporaneo).
Giusto in mezzo, sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano le anime buone a salire sulla destra, verso il cielo, non prima di aver appuntato sul loro petto la favorevole sentenza.
In modo analogo invitavano le anime ingiuste a discendere nella voragine di sinistra, dopo aver appuntato sulla loro schiena, l’elenco delle loro malefatte.
Presentatosi Er per il suo giudizio, gli fu detto che egli doveva tornare sulla terra ed il suo compito era di osservare tutto e di riferirlo poi agli uomini, in modo che potessero trarne insegnamento.
Così Er potè osservare che il sistema di giudizio consisteva nel decuplicare la pena o la ricompensa, in modo che chi aveva fatto del bene ed era stato giusto, godeva dieci volte tanto, il bene fatto per gli altri (Paradiso temporaneo).
Analogamente chi era stato ingiusto od aveva fatto del male, e che non avesse compiuto delitti scellerati, riceveva una punizione decuplicata (Purgatorio).
Si trattava comunque di durata millenaria, infatti il parametro della vita valeva 100 anni, che moltiplicato per 10, per ogni atto, buono o cattivo, dava per l’appunto 1.000 anni.
Per le anime, che avevano commesso delitti gravissimi od erano state empie contro gli Dei o contro i genitori, il periodo di punizione era marcatamente più lungo, a volte infinito (Inferno).
Cosa succedeva poi quando queste anime, nel bene e nel male, terminavano il loro periodo?
Er ci dice che esse erano destinate alla reincarnazione, per cominciare una nuova vita terrena, al termine della quale sarebbero state nuovamente giudicate.
A conferma di ciò, egli potè notare che dalle voragini, sia di destra che di sinistra, uscivano numerose anime che avevano terminato il loro periodo di permanenza, candide e gioiose le prime e unte e sporche, nonché sofferenti, le seconde.
Tutte confluivano in un grande prato ed ivi rimanevano per sette giorni.
Incontrandosi tra loro, succedeva che ognuna chiedesse alle altre delle notizie su come avessero trascorso il proprio periodo e quale sistema fosse in uso nei luoghi da dove provenivano.
All’ottavo giorno, tutte si mettevano in cammino per ben quattro giorni, fino ad arrivare in un posto da dove potevano scorgere una colonna di luce iridata e luminosissima.
Potevano quindi ammirare il suo sommo splendore ed osservare che tutta la volta celeste era ancorata a questa colonna a mezzo dei suoi lembi, mentre alle estremità era appeso il meraviglioso fuso di Ananke (la Necessità o, se volete, il Destino immutabile).
Con Ananke vi erano le sue tre sorelle, le Moire, che cantavano rispettivamente: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.
A questo punto, un araldo salito su un alto podio, così si esprimeva:
“Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtú non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà piú o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”
Ciò detto, l’araldo scagliava sui convenuti le sorti ed ognuno raccoglieva il proprio numero, che stava ad indicare l’ordine progressivo che ciascuno doveva rispettare, visto che la scelta della nuova vita doveva essere fatta da un’anima per volta.
L’araldo deponeva poi per terra un gran numero di vite di ogni specie di esseri viventi e di molto superiori al numero delle anime, le quali, rispettando il proprio turno, sceglievano una nuova vita che poi veniva ufficializzata dalle Moire.
Passavano infine sotto il trono di Ananke e si mettevano in cammino, raggiungendo l’afosa pianura del Lete, dove venivano costrette a bere l’acqua del fiume Amelete, che le induceva al sonno ed infine faceva dimenticare loro ogni ricordo della vita precedente.
Essendo addormentate, al sopraggiungere della mezzanotte, allo scoppiare di un tuono ed al verificarsi di un terremoto, si svegliavano e si trovavano immerse nella nuova vita da loro scelta.
Er non scelse una nuova vita e non bevve l’acqua dell’Amelete, per cui non dimenticò la vita passata, ma alla fine si svegliò sulla pira dove era stato deposto e potè raccontare la sua esperienza.
Come si può notare, a parte la reincarnazione, anche allora esisteva il concetto del premio e del meritato castigo, stante l’esistenza del libero arbitrio.
D.Ventre