ONORE

Entro anguste merlate torri
s’erge impavido cotanto nume.
Son color del sole vestimenta sue
e scettro aureo d’antica stirpe.
Tenzon pugnando con rivali ostili
al ciel s’affida d’infinita speme.
Da turriti merli ognor protetto
Imperituro brilla regal onore.


D. Ventre

GREVI SILENZI

Grevi silenzi in infinite aure ovattate,
che d’onesto pesan torpore e mestizia,
dan scettro a tanti balordi, di rea perizia,
che finti magnati ti dan sol le sferzate.

A Roma si parla e Sagunto s’espugna.
Caduti sul campo gli eroi son mille,
a difender la Patria han fatto faville
ma i galli dell’Urbe han perso la pugna.

Del pollaio si sa, la legge scarta la perla
e nel fango d’attorno si cercano vermi.
Vaccinati son loro, immuni da germi.
Avanti signori, c’è la prossima sberla!


D. VENTRE

METAMORFOSI - AMORE E PSICHE

Il mito di AMORE E PSICHE, è insito nelle Metamorfosi di Apuleio, che sono ancor più note sotto il nome de l’ Asino d’oro (Asinus aureus), come attribuitogli da Agostino d’Ippona. Questo romanzo è quasi unico come testo latino pervenutoci in modo intero.
Esso è composto da ben undici libri in cui si raccontano le infinite peripezie di Lucio, giovane di nobile famiglia, ospite in Hypata di Tessaglia, presso la famiglia del ricco Milone e di sua moglie Pànfila, che era una maga.
Un giorno, avendo assistito di nascosto ad una magia di costei, che cosparsasi di un unguento era diventata un gufo ed era poi volata dalla finestra per fare una delle sue solite escursioni, volle imitare il gesto, con la complicità di Fotide, la governante di Pànfila.
Purtroppo la complice sbagliò unguento e Lucio fu trasformato in un asino, che tuttavia conservava tutte le doti psicointellettive umane.
Fotide, a quel punto, gli confidò che per poter ritornare allo stato umano doveva cibarsi di rose.
E’ così che, lungo tutto il romanzo, Lucio va in cerca delle sue rose che tuttavia non riesce a trovare perché di continuo diventa soggetto e oggetto di tanti episodi tragicomici.
All’undicesimo libro avviene il miracolo.
In uno dei tanti episodi, il nostro Lucio, o meglio il nostro asino, viene rapito dai briganti ed impiegato per trasportare la refurtiva appena rubata. Viene portato quindi in una grotta in montagna, dove, compagna di sventure, c’era la giovane Carite, pure lei già rapita dai briganti.
E’ in questo contesto che, durante l’assenza dei malviventi, l’anziana badante racconta a Carite, e viene ascoltata anche dall’asino, la favola di Amore e Psiche.
Questo mito, quasi una perla incastonata nel romanzo, costituisce una chiave per l’interpretazione di tutta l’opera, nel senso che, per certi versi, pone l’analogia e l’assonanza tra Lucio e Psiche. Infatti, sia Lucio che Psiche si fanno sopraffare dalla curiosità di scoprire ciò che a loro è vietato ed entrambi sono costretti a subire la deleteria contropartita dell’iter di purificazione per raggiungere il loro fine.
Tutto ciò premesso, passiamo ad una sintetica esposizione del nostro mito.


AMORE E PSICHE


In una città un re aveva tre figlie tutte belle, ma la minore di nome Psiche, era talmente stupenda che non esistevano parole per descriverne la bellezza. Persino Venere era gelosa di costei, tanto che indispettita, inviò il figlio Eros perchè la facesse innamorare dell’uomo più brutto e sfortunato della terra.
Eros invece, incantato da tanta bellezza, si confuse e fu così che una sua freccia gli sfuggì dalle mani e lo attinse ad un piede. La conseguenza fù che egli stesso s’innamorò della bella principessa. A richiesta di Eros, Zefiro la trasportò su un monte, nei paraggi di un bellissimo palazzo, dove Psiche entrò, e solo alla sera, appena assopita su un giaciglio, arrivò in modo silente Eros e la fece sua.
La condizione perchè tale unione potesse continuare, era che Psiche non avrebbe mai dovuto vedere il volto del suo sposo, in quanto lei era una mortale e non le era consentito vedere le sembianze di un Dio.
Ogni notte quindi sarebbe venuto Eros, che poi sarebbe andato via ancor prima dell’alba.
Così i due, ogni notte, consumavano al buio il loro amore e le cose andavano meravigliosamente.
Psiche però rimaneva sola durante tutto il giorno e quindi chiese il permesso al suo amante di consentire alle proprie sorelle di farle compagnia.
Eros non si oppose ma la preavvisò che costoro avrebbero portato solo gravi problemi.
Infatti esse, invidiose, saputo che Psiche non aveva mai visto in faccia il suo amante, cominciarono ad istigarla dicendo che non vi era motivo per nascondere il proprio volto e quindi era evidente che questi era un mostro e qualche notte, certamente l’avrebbe divorata.
Psiche, giorno dopo giorno, si convinse che doveva soddisfare la propria curiosità e vedere in volto il suo amore, anche correndo il rischio di scoprire l'amara verità che le sorelle le raccontavano.
Una notte, mentre Eros dormiva, Psiche accese una lampada e si avvicinò. Vide così la figura meravigliosa del suo amante e se ne innamorò ancora di più, ma ahimé, una goccia d’olio bollente, caduta dalla lampada, ustionò il suo sposo che così si svegliò.
Il patto era stato violato! Eros andò subito via e Venere, saputo il fatto e inviperita per la febbre sopravvenuta ad Eros, ordinò ad Ermes di ricercare Psiche in ogniddove perché doveva essere punita.
Sentita la notizia, fu la stessa Psiche a presentarsi all’Olimpo, dove per prima cosa, fu frustata da Venere. Quindi, per ulteriore punizione, e per far salva la propria vita, fu sottoposta a delle prove umanamente impossibili da superare. Psiche comunque le portò a termine, perchè di nascosto, fu aiutata da elementi estranei, quali: colonie di formiche, l’aquila di Giove, una ninfa, ecc.ecc.
Infine Eros, che comunque amava Psiche, e che finalmente era guarito, venuto a conoscenza di quanto stava succedendo, e non potendosi rivolgere alla madre, si rivolse a Giove implorandolo di salvare la sua amata.
Giove non si poté rifiutare, in quanto anche lui, con le sue frequenti scappatelle amorose, era soggetto ad Eros, e quindi fu ben lieto di riabilitare Psiche e la innalzò così al rango di Dea. A questo punto, i due amanti poterono ricongiungersi e sposarsi felicemente. Ebbero poi una figlia che chiamarono Voluttà.


NOTAZIONE

Tutto il romanzo ed anche il mito appena raccontato, hanno la cosiddetta “Morale della favola”
e qui ci ricordiamo un po’ le ben note favole di Fedro.

Nel nostro caso la morale ci dice che:

Per un verso, non bisogna mai eccedere i nostri limiti umani e naturali, per non trovarci in
situazioni critiche da cui è problematico uscirne.

Per un altro verso, è solo attraverso la sofferenza che si giunge alla purificazione ed a traguardi
più evoluti dello Spirito. Infatti, attraverso la sofferenza, Psiche diviene Dea e Lucio, da bestia, diviene uomo e ricerca il
divino, facendosi iniziare al culto di Iside.




Bellinzago Novarese 14 ottobre 2007


D. VENTRE

BUCO NERO

Un turbinar di masse accecanti,
in mille centripete orbite roteanti,
al punto di centro s’addensan
ed a bosonica norma s’adeguan.

Collassa ahimé splendida stella,
d’ultimo fugor ancor più bella.
Annichilendo s’ingravida di scorie
e asconde gemme d’antiche storie.

Pian piano sen va mesta donzella;
di lume intravedo sol piccola cella.
Rispettoso, sidereo buio s’avanza,
d’atro infinito non di luce speranza.

D.Ventre

E' SERA

Nugoli bigi all’orizzonte s’addensan copiosi.
Inquieto il vento t’avvolge e forte ti scuote;
vorresti fermarlo, ma ahimé non si puote.
Scappa, se puoi, va nei tuoi labirinti virtuosi.

La procella che giunge, dentro poco ti tange.
In ogni tua piccola opera apprezza il candor,
rara virtù ch’a molti è biasimo e forte stupor.
Tranquillo procedi dei giusti in sana falange.


D.Ventre

BUROCRAZIA

Gelida sagoma umana, alla scrivania seduta.
Risme di canuti fogli dal tempo ingialliti,
in grigi faldoni di preci e d’appunti farciti.
La disillusa gente ch’ormai si sente perduta.

Annaspa la logica e muore in tanto lordume.
Mani protese a supplicar sacrosanti diritti,
sorda, ebete sagoma, calpestante gli afflitti.
Di luce spiraglio, nemmeno finto un barlume!


D.Ventre

DON CHISCIOTTE

Pensionato professore ch’io nomo don Chisciotte,
alla festa patronale lui è sempre presente.
E’ dimesso nel vestire e la barba non curata,
in mano un’asta, con al sommo il suo cartello:
“E’ COLPA TUA! I figli hanno troppi soldi in tasca!”.
Ai bambini che s’accostan dona qualche palloncino,
poi ti lascia e cambia posto per trovar nuovi lettori.
E così tutta la sera quasi fino al nuovo giorno
e così ad ogni festa, nel paese e nei dintorni.


D.Ventre

(Un personaggio singolare, conosciuto in tutta Avellino e provincia)

PLATONE - Il mito di ER

Vivendo in una società prevalentemente cristiana, ed in specie cattolica, sin da bambini ci è stata inculcata l’idea dell’unico Dio, la legge dei dieci comandamenti, il peccato mortale e quello veniale, il Paradiso, L’inferno, il libero arbitrio, ed altro ancora.
Crescendo e diventando adulti e maturi, cominciamo a porci delle domande in ordine a questi argomenti, cui alla fine, si crede solo per puro atto di fede.
La curiosità, in uno alla nascosta voglia innata di comprovare la veridicità di quanto insegnatoci, ci porta a chiederci tra l'altro, se l’idea del Paradiso e dell’Inferno, in quanto rappresentativi di un sistema di premio e castigo, sia datata al cristianesimo o se sia presente anche in più antiche religioni.
Per il cristiano, il riscontro del Paradiso e dell’Inferno viene certificato dai Vangeli, per cui non vi sono dubbi storici. E’ doveroso aggiungere tuttavia che solo nel XII sec. fu introdotta dalla Chiesa la figura del Purgatorio, come luogo di purificazione delle anime che in vita non avessero commesso peccati mortali o comunque tali da meritare l’Inferno.
Detto questo, e dato per assodato che tutti conosciamo la definizione di questi luoghi ultraterreni, mi spingo in epoca pre-cristiana, presso i Greci, dove si adoravano gli Dei, e tra il V e IV sec. a.C., incontro il nostro caro Platone.
A quei tempi era universalmente accettato che gli Dei, a loro discrezione, e senza alcun reale giudizio obiettivo, punissero o premiassero gli uomini che, a loro volta, nulla potevano opporre per cambiare le cose.
Platone scardinò questo concetto ed asserì che l’uomo, in quanto anima, aveva il libero arbitrio di scegliere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, ed era egli stesso l’artefice del proprio destino. Gli Dei non c’entravano in tutto questo poiché si trattava di regole universali, cui essi stessi si adeguavano. (Stiamo parlando di circa 500 anni prima di Cristo)
Nel suo gioiello letterario, la “Repubblica” vado quindi a pescare il mito di Er, che mi permetto di sintetizzare al massimo e nel quale troviamo,in buona sostanza, il libero arbitrio, l’Inferno, il Paradiso ed anche il Purgatorio, pur se presentati ed operanti in maniera diversa.

IL MITO DI ER

Er, un valoroso guerriero, morì eroicamente in una battaglia e dopo dieci giorni, assieme ad altri corpi, fu recuperato per avere una degna sepoltura. Al dodicesimo giorno, mentre veniva messo su una pira per poi essere dato alle fiamme, resuscitò e raccontò di essere stato nell’aldilà.
Appena morto, la sua anima, assieme a molte altre, si era diretta verso un luogo bellissimo.
Qui, sulla sinistra, vi erano due grandi voragini che sprofondavano nella terra e delle quali una serviva per entrare nel baratro e l’altra per uscirne e, in modo analogo, altre due voragini, sulla destra, portavano in alto verso il cielo.
Le voragini sulla sinistra erano collegate ad un luogo di tortura e sofferenza, ed in esse vi erano dei guardiani feroci, fatti di fuoco (Inferno per pena infinita e Purgatorio per pena temporanea), mentre quelle di destra portavano al cielo, in un luogo di indescrivibili visioni celesti, di godimenti e di gioia (Paradiso temporaneo).
Giusto in mezzo, sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano le anime buone a salire sulla destra, verso il cielo, non prima di aver appuntato sul loro petto la favorevole sentenza.
In modo analogo invitavano le anime ingiuste a discendere nella voragine di sinistra, dopo aver appuntato sulla loro schiena, l’elenco delle loro malefatte.
Presentatosi Er per il suo giudizio, gli fu detto che egli doveva tornare sulla terra ed il suo compito era di osservare tutto e di riferirlo poi agli uomini, in modo che potessero trarne insegnamento.
Così Er potè osservare che il sistema di giudizio consisteva nel decuplicare la pena o la ricompensa, in modo che chi aveva fatto del bene ed era stato giusto, godeva dieci volte tanto, il bene fatto per gli altri (Paradiso temporaneo).
Analogamente chi era stato ingiusto od aveva fatto del male, e che non avesse compiuto delitti scellerati, riceveva una punizione decuplicata (Purgatorio).
Si trattava comunque di durata millenaria, infatti il parametro della vita valeva 100 anni, che moltiplicato per 10, per ogni atto, buono o cattivo, dava per l’appunto 1.000 anni.
Per le anime, che avevano commesso delitti gravissimi od erano state empie contro gli Dei o contro i genitori, il periodo di punizione era marcatamente più lungo, a volte infinito (Inferno).
Cosa succedeva poi quando queste anime, nel bene e nel male, terminavano il loro periodo?
Er ci dice che esse erano destinate alla reincarnazione, per cominciare una nuova vita terrena, al termine della quale sarebbero state nuovamente giudicate.
A conferma di ciò, egli potè notare che dalle voragini, sia di destra che di sinistra, uscivano numerose anime che avevano terminato il loro periodo di permanenza, candide e gioiose le prime e unte e sporche, nonché sofferenti, le seconde.
Tutte confluivano in un grande prato ed ivi rimanevano per sette giorni.
Incontrandosi tra loro, succedeva che ognuna chiedesse alle altre delle notizie su come avessero trascorso il proprio periodo e quale sistema fosse in uso nei luoghi da dove provenivano.
All’ottavo giorno, tutte si mettevano in cammino per ben quattro giorni, fino ad arrivare in un posto da dove potevano scorgere una colonna di luce iridata e luminosissima.
Potevano quindi ammirare il suo sommo splendore ed osservare che tutta la volta celeste era ancorata a questa colonna a mezzo dei suoi lembi, mentre alle estremità era appeso il meraviglioso fuso di Ananke (la Necessità o, se volete, il Destino immutabile).
Con Ananke vi erano le sue tre sorelle, le Moire, che cantavano rispettivamente: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.
A questo punto, un araldo salito su un alto podio, così si esprimeva:

“Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtú non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà piú o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”

Ciò detto, l’araldo scagliava sui convenuti le sorti ed ognuno raccoglieva il proprio numero, che stava ad indicare l’ordine progressivo che ciascuno doveva rispettare, visto che la scelta della nuova vita doveva essere fatta da un’anima per volta.
L’araldo deponeva poi per terra un gran numero di vite di ogni specie di esseri viventi e di molto superiori al numero delle anime, le quali, rispettando il proprio turno, sceglievano una nuova vita che poi veniva ufficializzata dalle Moire.
Passavano infine sotto il trono di Ananke e si mettevano in cammino, raggiungendo l’afosa pianura del Lete, dove venivano costrette a bere l’acqua del fiume Amelete, che le induceva al sonno ed infine faceva dimenticare loro ogni ricordo della vita precedente.
Essendo addormentate, al sopraggiungere della mezzanotte, allo scoppiare di un tuono ed al verificarsi di un terremoto, si svegliavano e si trovavano immerse nella nuova vita da loro scelta.
Er non scelse una nuova vita e non bevve l’acqua dell’Amelete, per cui non dimenticò la vita passata, ma alla fine si svegliò sulla pira dove era stato deposto e potè raccontare la sua esperienza.

Come si può notare, a parte la reincarnazione, anche allora esisteva il concetto del premio e del meritato castigo, stante l’esistenza del libero arbitrio.


D.Ventre

MASCHERE

Ognuno genuin s’alza di mattino
ma subito una maschera ricerca,
poi di corsa si mette in cammino
col suo ego, che con lui s’alterca.

Tutte maschere in gir si vedono,
belle, variopinte, interessanti,
e di sotto stanchi i visi pendono,
mesti, sconsolati e digrignanti.


D. Ventre

I.E.O. - Angeli bianchi

Una stella nell’incerto atro vagar di pazienti,
da infido funesto male assaliti e aggrediti.
Un’oasi tranquilla per stanche carovane.
Un faro nella notte di un mare in tempesta,
ove l’instabile barca, convinta, punta sua prora.
Angeli bianchi t’aspettan con dolce sorriso,
che ìmpari lotta ingaggiando col male crudele,
vita ti danno e t’aiutano poi a portar la tua Croce.


D.Ventre


(dedicato al personale dell'Istituto Europeo di Oncologia)

LIBERO ARBITRIO

A Te, mattutino il mio saluto Signore.
Pe’l nuovo giorno e per quelli datimi
Ti ringrazio, ed ancor a Te un grazie
per quanto in abbondanza datomi,
e che a me disagio crea, e pur vergogna,
se di miei simili vedo traversar di vita stenta.
Signore, un vecchio ho visto senza gambe,
ho visto un ragazzo con una mano sola,
ho visto l’uomo senza cibo e senza casa,
ho visto l’uom che uccide suoi fratelli,
ho visto il pianto disperato di una mamma,
ho visto…., ho visto…., ho visto…….,
ma la nostra vita non era divin eccelso dono?
Ed or rifletto ed aspetto che Tu dia alta risposta.
T’ho sentito infin Signore: la vita è sol l’istante
nell’eterno tempo. Fan parte d’essa: la gioia,
il dolor, la morte ma pur lo libero arbitrio.


D.Ventre

CHI SONO IO ?

Vedo dell’alba il fiorir, al divenir del giorno,
ove lento di rosa s’accende il fulvo orizzonte.
In tanto splendore cogito di mia presenza il senso:
son un granello e stordito per tanta importanza.
Il mio piccolo mondo, d’infinitesimi mondi albergo,
in altro più grande convive, e così in infinita catena
finchè spazio e tempo, ballando, in zero si fondono.
Son io di divin privilegio bersaglio o son solo io
che millanto per vero dell’inconscio il desir?


D.Ventre

ECOLOGIA ASSENTE

Vorrei, per via, respirar antichi olezzi
che l’aere mattutina a tutti un dì elargiva:
del tiglio il profumo, e del ciclamino,
e d’ogni fior che il verone adornava.
Invece ora di rado per strada cammino
e quest’aria pesante respiro a fatica.
Rombo di motori ed aria grigiastra,
di macchine un serpente inquinante.
Euro uno, due, tre e via dicendo,
revisioni infinite e bollino blu:
sol di tasse si tratta e poi niente più!
Purtroppo, in auto anch’io, inquino pur io.
Da fuori, dei bei fiori gli odori non sento,
ma in auto m’illudo d’averli raccolti
se di Pandora al vaso infin tolgo il tappo.
Ahime! Son proprio demente!
L’aria deodora con questi strani profumi,
ma riesco a capire ch’è tutta finzione?


D.Ventre

CANICOLA

Due i rintocchi dal campanil de la Pieve,
una splendida perla nel verde campestre.
Nel terso cielo uno stridio di passeri in volo,
e nel dorato campo di grano, buffo un fantoccio
a larghe braccia, su un bastone troneggia.
Un fil d’acqua alla fonte in una calura opprimente.
All’ombra della quercia, sostan gli armenti
e col suo gregge prende fiato l’anziano fiaccato pastore.
Sul vicino nastro d’asfalto, in lontananza si scorge,
quasi un miraggio, d’acqua mossa uno specchio,
ma è solo calura che esala nell’aria il dannoso bitume.
Il Sole dardeggia beffardo su tutti i bersagli.
E’ tempo di siesta ed è d’uopo aspettar da ponente,
gentile una brezza, che nuovo vigore a tutti ridoni.
Lento, lentissimo scorre il tempo nell’afa avvolgente.
Cinque i rintocchi dal campanil de la Pieve.
L’ occhio al quadrante il pastore rivolge, un fischio
al suo cane, e gli ovini dell’ovil riprendon la via.
Pian piano si sveglia la vita, migrando al tramonto,
allorché il discorrer soffuso, del borgo riempie la via.
Intanto, ancora passeri in volo, e nel campo di grano,
buffo e indifferente, il fantoccio sempre troneggia.



D.Ventre

CURIOSITA’ ASTRONOMICHE: Orologio e Segni zodiacali

Avete mai osservato il quadrante di un qualsiasi orologio che non sia di tipo digitale? La risposta è certamente positiva, ma al di là di questo, vi siete mai chiesto perché esso è stato virtualmente diviso in 12 settori e non in 15 od in 20 e così via? Ebbene, il motivo viene da molto lontano. Infatti dobbiamo fare riferimento all’astronomo Ipparco (circa 150 a.C.) che sentì la necessità di monitorare nel tempo, la posizione della terra rispetto al sole, a partire dall'equinozio di primavera, cioè quando il giorno e la notte hanno pari durata.
Poiché lo sfondo della volta celeste si presentava come un cerchio, ebbe l’idea di dividere i 360° di tale cerchio, per il numero 12 (tante infatti sono ed erano, le orbite che la luna faceva attorno alla terra, ogni anno, e cioè un giro per ogni mese). In tal modo era intuitivo che il risultato di tale divisione, e cioè 30°, era l’apertura angolare nella volta celeste, che doveva essere assegnata per ognuna delle 12 orbite della Luna, ovvero per ogni mese, in modo che l'intera circonferenza rappresentasse un anno intero. Tuttavia non bastava la semplice suddivisione di questo ipotetico cerchio in 12 settori, ma bisognava creare in ciascuno di essi dei capisaldi, ovvero dei punti di riferimento, per poterli poi collimare col punto dove sorgeva il sole. Fu così che Ipparco, penna alla mano, per ciascun intervallo angolare di 30°nella volta celeste, identificò delle stelle e disegnò delle figure (costellazioni) a cui diede un nome: nacquero così i 12 segni dello zodiaco. Infine, per avere misure più precise, Ipparco divise altresì un grado in 60’ ed 1’ in 60".
A questo punto, penso che sia chiara l'analogia col quadrante del nostro orologio che ugualmente è costituito da 12 settori di 30° ciascuno, e con la relativa suddivisione delle ore in 60 minuti primi e di ogni primo in 60 secondi.
Grazie a questo sistema, Ipparco potè osservare che all’equinozio di primavera, il Sole sorgeva nel settore dove egli aveva disegnato l'Ariete e che ad ogni mese successivo, sorgeva progressivamente nelle altre costellazioni, per poi risorgere di nuovo in Ariete con l’equinozio primaverile dell’anno successivo.
Il sistema di Ipparco ha funzionato per un certo tempo e diciamo che continua a funzionare bene, a condizione che si tenga conto degli effetti del terzo movimento terrestre, quello di precessione, del quale lo stesso Ipparco ne aveva intuito la presenza, e che nel tempo ha sfalsato le posizioni originarie dei segni zodiacali, tanto che oggi l’equinozio di primavera si verifica nel segno dei Pesci e non in quello dell’Ariete. Anzi diciamo che, in avvenire, abbandonerà anche il segno dei Pesci per sorgere poi nel segno dell’Acquario.
Peraltro, è singolare che gli astrologi o se volete, i compilatori di oroscopi, stiano ancora fermi sull’equinozio in Ariete, come se la precessione degli equinozi non fosse mai esistita e senza riflettere sul fatto che Ipparco, che pure aveva ideato questo strano orologio, e che egli stesso aveva arbitrariamente disegnato i vari segni zodiacali, mai aveva attribuito alle sue costellazioni degli influssi particolari che potessero interagire col nostro mondo. Ipparco era uno scienziato, non un venditore di chiacchiere, pertanto il suo scopo era solo e prettamente scientifico.




D.Ventre

L'ANTICO CONTADINO

L’ANTICO CONTADINO


Di buon mattin la sveglia, al camino ancor la brace,
armenti serviti, all’asino il basto e via col carretto.
La strada sterrata, ai lati un fossato non certo protetto.
Il campo che aspetta di zappa, non un tocco fugace.

Raggiunto il traguardo, dal carro infin si scende.
Liberato il quadrupede, si rampognan gli astanti
acchè a faticar si cominci, con l’aiuto pur dei canti.
Alacre è il lavoro e di tutti il contadin cura si prende.

Il sole, ormai alto, di tutti le madide fronti imperla
e delle donne il lieto canto, di fatica il peso lenisce.
Il polso alla fronte, ciascuno il sudore talor pulisce
finchè ad ognuno acqua e ristoro, per arrivo di gerla.

Del desinar è tempo. Sotto al pioppo, sul limitare,
ognun converge ed al suo fresco pezzo d’ombra locasi.
Frugale è il pasto e gaio il discorrere senza parafrasi.
L’ultimo bolo e di vino un bicchiere, poi giù a lavorare.

Fino a sera dell’opra il lavor continua, come i canti.
Il contadin contento, del campo ammira il nuovo viso
e spera che acqua il cielo doni, ma non lo renda intriso,
per sani frutti raccoglier copiosi e ringraziar i santi.


D. Ventre

IL CLUB DEI PROFESSIONISTI

I PROFESSIONISTI (tipico ristorante di Avellino)



Del teatro Gesualdo, o del castello nei paraggi,
a mezza scala, trovasi il Club dei Professionisti.
Gusti e sapori d’altri tempi, manicaretti mai visti,
d’ogni tipo le frittelle, la ricotta ed i formaggi.

La pasta fatta a mano e dei primi piatti il vanto,
son fusilli, tagliatelle, lasagne e poi gli gnocchi.
I fagioli al tegamino che ti fanno aprire gli occhi,
Il buon bere, col buon vino, che t’invita al canto.

La bruschetta un po' oleata, e genuina la frittura,
fan contenti i commensali, che ormai sono abituali.
A tutti, trattamento la signora offre senza eguali,
pur con cambio di portata se si vuole altra cottura.

Un buon dolcetto ed un caffè concludon il convivio,
pur se l’amaro od il limoncello nessuno te lo nega,
e se proprio vuoi di più, nella grappa il tutto annega,
ma allor pensa che laggiù, traditor t’aspetta il bivio.


D.Ventre

SABATO NOTTE

Basta ragazzi!
Discoteca balorda,
guadagno bastardo
di qualche gestore
che senza coscienza
vi serve …che cosa?
Dove vai ragazzo!
Lo sballo è un momento
e ti porta fuori dal mondo,
non sei più presente,
sei solo una sagoma
brancolante nel buio.
Ti senti immortale,
ti senti invincibile,
non ti cal la tua vita,
né quella d’amici.
Sveglia ragazzo!
Svegliati adesso,
pensa a tua mamma,
pensa ai tuoi cari,
ché non è giusto
il renderli mesti
a veder le tue spoglie
nè quelle degli altri.
Sveglia ragazzo!
La vita la perdi
e la togli in un attimo.
Balla se vuoi, balla,balla,
balla quanto vuoi,
ma non prender robaccia
che infin ti avvelena.
Non sei immortale,
rispetta la vita come
i comuni mortali.
Basta ragazzi!

D.Ventre

Sei tu Primavera!

Dal mio placido autunno ti guardo e ti osservo.
Ti riconosco e ti ammiro, sei tu Primavera!
Nell’aria il virtuoso profumo dei fiori novelli.
Sugli alberi un incanto di gemme preziose.
La natura si sveglia e di verde smeraldo si veste.
M’assopisce il murmure del rio che a valle discende
e nel tuo azzurro infinito, che tanto l’animo cheta,
io dolcemente m’immergo e sogno al tuo tiepido sole.


D.Ventre

UTOPIA – Un modello organizzativo fantastico

Durante una delle tante navigazioni di Amerigo Vespucci, e dopo l’approdo ad un’isola sconosciuta, un marinaio portoghese di nome Raffaele Itlodeo, al seguito del Vespucci, non solo decise di fermarsi ma rimase in detta isola per ben cinque anni.
Si trattava dell’isola chiamata “UTOPIA” (*) scoperta da un certo Utopo nel 244 a.C.
Essa era lunga 200 miglia e su di essa vi erano 54 città, tutte uguali tra loro, con lo stesso numero di abitanti e che distavano esattamente l’una dall’altra, 24 miglia.
I palazzi erano di tre piani ed ognuno di essi aveva un piccolo giardino comune.
La capitale era Amauroto (*) ed era splendidamente attraversata dal fiume Anidro (*)
Gli abitanti non avevano la proprietà individuale e le varie porte non avevano le chiavi.
Al fine di non farli abituare al senso della proprietà, ogni dieci anni, tutte le case venivano sorteggiate per una nuova assegnazione.
Gli utopiani lavoravano tutti, e solo per sei ore al giorno! (a quei tempi la giornata lavorativa era mediamente di sedici ore). Non vi era quindi alcuna disoccupazione.
Il vestiario era uguale per tutti ed era molto semplice: di lino bianco quello estivo e di lana caprina quello invernale.
Presso di loro i tesori ed i metalli preziosi in genere, non avevano valore. Anche i bambini venivano educati a tale concetto, tanto che i vasi da notte, in segno di disprezzo per il nobile metallo, erano tutti realizzati in oro massiccio.
L’organizzazione sociale era di tipo democratico ed era costituita da principati indipendenti. I rappresentanti del popolo, ovvero i "sifogranti" che poi erano dei magistrati, erano frutto di regolari elezioni. Infatti, per ogni trenta famiglie veniva eletto un “sifogranto” ed analogamente, ogni duecento sifogranti eleggevano un “principe” il quale gestiva i poteri statuali come la Giustizia, la Difesa del territorio, i Referendum, ecc.
Per ciò che attiene alla difesa del territorio c’è da dire che presso gli utopiani era quasi proibito parlare di guerra, tanto che il vincerne una, per loro sarebbe stato un disonore. La cosa migliore, in caso di imminente conflitto, era quella di contattare subito l’avversario ed offrigli una contropartita.
In occasione di consultazione popolare, non si poteva votare il giorno stesso del referendum ma ognuno prelevava la propria scheda e la consegnava poi, il giorno dopo, non ancora votata, per avere più tempo prima di prendere una decisione.

CONSIDERAZIONI: Quella descritta è di sicuro una società genuinamente pacifista ed encomiabile, cui farebbero bene a riferirsi tanti falsi pacifisti dei nostri giorni, ma purtroppo stiamo semplicemente parlando di ......UTOPIA (Thomas More 1480 - 1535).

(*)Dal greco:
· Utopia : Non luogo ovvero luogo inesistente
· Amauroto: Impalpabile, evanescente
· Anidro : Asciutto, arido, secco.

D.Ventre

GIULIETTA E ROMEO - Shakespeare ha copiato?

Leggendo Ovidio, ci si imbatte nel mito di PIRAMO e TISBE le cui vicissitudini sembrano calzare “a pennello” con quelle di Giulietta e Romeo, edite da Shakespeare. Il dubbio del plagio è molto forte. Vi propongo quindi, in sintesi,il relativo racconto tratto dall'originale.


PIRAMO E TISBE

Piramo e Tisbe erano due giovani babilonesi che si erano innamorati pazzamente. Le loro famiglie tuttavia, erano contrarie a questo rapporto, tanto che dopo averli sorpresi a baciarsi, li rinchiusero nelle rispettive cantine. Il caso volle che la parete divisoria tra i due locali, avesse una lieve fessura per cui i due giovani potevano comunque parlare tra loro ed anche scambiarsi tènere parole d’amore. Per mettere fine alla loro prigionia, concordarono di attrarre i loro guardiani in una trappola, di legarli e di impossessarsi delle loro chiavi, per poi fuggire e ritrovarsi nel bosco, laddove c’era una fonte ed un albero di gelso.
Nel tranello vi cadde subito la nutrice di Tisbe, che era una donna alquanto ingenua. Piramo invece con promessa di ricompensa, convinse il proprio guardiano ad aprire la cantina ed a dichiarare poi al padrone, di essere stato aggredito e rapinato della chiave.
La prima a fuggire fu Tisbe che subito si diresse verso il bosco, ma mentre era nei paraggi della fonte, vide una leonessa con la bocca sporca di sangue, che evidentemente aveva appena divorato una sua preda. Per evitare il peggio, e con grande timore, allora lei scappò verso un rifugio, ma nella corsa, perse lo scialle che l’avvolgeva.
La leonessa, visto l'indumento, si avventò su di esso lacerandolo e sporcandolo con la sua bocca insanguinata e solo dopo un po’ di tempo, finalmente andò via.
Subito dopo, alla fonte, sotto al gelso, giungeva Piramo che, non vedendo la sua amata Tisbe e vedendo invece il suo scialle lacerato ed insanguinato, pensò subito che lei era stata divorata da una belva. Il dispiacere fu infinito ed egli, preso dalla disperazione e piangendo a dirotto, estrasse lentamente dal fodero il suo pugnale e si tolse la vita.
Mentre il povero Piramo esalava l’ultimo respiro, accorse Tisbe che era appena tornata dal rifugio in cui si era nascosta, e capì subito il dramma, ma non poté fare altro che constatare la morte del suo amato. Addolorata come non mai, si strinse al seno il suo amore e lo baciò. Infine anche lei, disperata e piangente, prese il pugnale già insanguinato e si trafisse.
(Si dice che il sangue di Piramo irrorò il terreno ed il gelso ne trasse alimento, tanto che da quel giorno il suo frutto, da bianco divenne nero).



D.Ventre

UNA STORIA NELLA STORIA: La rassegna di Novara

Scorrendo i libri di Storia, abbiamo imparato a memorizzare guerre, battaglie importanti, le loro date, i principali protagonisti, i vari strateghi e così via. Difficilmente però i libri parlano a fondo del dramma e del sacrificio di coloro che, volenti o nolenti, hanno dovuto affrontare fisicamente il nemico sul campo di battaglia. Tanta gente sacrificata e dimenticata. Tanti eroi sconosciuti che hanno scritto pagine gloriose e drammatiche allo stesso tempo.
Tra le tante celebri battaglie voglio ricordarne, solo per inciso, una indimenticabile: “la battaglia di Novara” del 23 marzo 1849, denominata anche “della Bicocca” (un quartiere di Novara, teatro di guerra con vicende alterne dei belligeranti).
Le parti in campo erano, da una parte l’esercito austriaco comandato dal generale Radetzky e dall’altra l’esercito piemontese al comando del polacco Generale Chrzanowsky.
In questa battaglia, dove le forze austriache erano di gran lunga soverchianti rispetto a quelle piemontesi, fu solo grazie al tradimento del Generale Ramorino (località Boffalora sul Ticino) e poi all’insipienza del Generale polacco, che vi fu la disfatta dell’esercito piemontese. La sera di tale triste giorno, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, scegliendo l’esilio in Portogallo, dove morì poco dopo, nel mese di luglio.
La perdita di vite umane fu ingentissima e ciascuna parte in guerra, potè contare circa 5000 dei propri caduti. Costoro, come i caduti di tante altre battaglie, sono eroi dimenticati dalla Storia.
Per la battaglia di Novara e per l'esercito piemontese, in controtendenza, vi fu il fine politico e poeta Costantino Nigra, già diplomatico con Massimo d’Azeglio e poi plenipotenziario col governo Cavour, che volle dedicare ai caduti di quella battaglia, una splendida poesia che è pressoché sconosciuta. Tale poesia, intitolata “La rassegna di Novara”, e quì sottosegnata, vede il poeta immaginare che, nella notte che precede la ricorrenza del giorno dei morti, "al lume delle stelle" il defunto Re Carlo Alberto, passi in rassegna tutti i caduti di quella battaglia ed in primis, i caduti dei Carabinieri che come Corpo d'elite erano deputati non solo a far rispettare le leggi ma a partecipare alle operazioni belliche ed a difendere il Re.

Bellinzago Novarese 24 febbraio 2007


D.Ventre
LA RASSEGNA DI NOVARA

Calma, severa, tacita, compatta,
ferma in arcione, gravemente incede
la prima squadra, e dietro al Re s'accampa
in chiuse file. Pendono alle selle,
lungo le staffe nitide, le canne
delle temute carabine. Al lume
delle stelle lampeggian le sguainate
sciabole. Brillan di sanguigne tinte
i purpurei pennacchi, erti ed immoti
come bosco di pioppo irrigidito.
Del Re custodi e della legge, schiavi
sol del dover, usi obbedir tacendo
e tacendo morir, terror de' rei,
modesti ignoti eroi, vittime oscure
e grandi, anime salde in salde membra,
mostran nei volti austeri, nei securi
occhi, nei larghi lacerati petti,
fiera, indomata la virtù latina.
Risonate, tamburi; salutate,
aste e vessilli. Onore, onore ai prodi
Carabinieri!

Costantino Nigra

ASTROLOGIA: una grande stupidaggine!

E’ dai primordi dell’umanità che l’essere umano interroga gli astri, il firmamento, le costellazioni, per carpire qualche arcano segreto. E fin qui tutto bene! Il discorso cambia completamente quando dall’astronomia si passa all’astrologia.
Oggi non esiste un canale televisivo od un’emittente radiofonica che non ci somministri, giorno per giorno, il consueto ridicolo oroscopo.
Molta gente ci crede fermamente ed altri ancora fanno parte della categoria del “non è vero ma ci credo”. Il fenomeno chiaramente deriva, dalla non conoscenza di quella parte di astronomia riguardante le stelle.
Cerchiamo di fare il punto della situazione e chiariamo subito che l’oroscopo si fonda esclusivamente sulle costellazioni esistenti nella fascia dello zodiaco (12 segni, a partire dall'Ariete e fino ai Pesci).
Il periodo di ciascun segno zodiacale è determinato, sull'eclittica, dal transito del Sole nella “finestra” della relativa costellazione. Ovviamente tale periodo non può essere uguale per tutti i segni, date le differenti latitudini di una costellazione rispetto alle altre, ma gli astrologi, nella buona sostanza e con qualche non convincente "distinguo", in pratica hanno "sposato" la suddivisione della fascia zodiacale, fatta da Ipparco (150 a.C.) per fini prettamente scentifici, ed hanno attribuito poteri particolari alle relative costellazioni che invece erano state arbitrariamente individuate e disegnate come capisaldi per la collimazione col sole.
Secondo costoro, e semplificando, quando anche altri pianeti vengono a trovarsi nella cosiddetta finestra di transito, essi apporteranno degli influssi, positivi o negativi, che interesseranno le persone nate sotto quel segno. Detto per inciso, quì potremmo porre un'interessante domanda: In base a quale criterio è stata scelta la data di nascita e non quella del concepimento, visto che il feto comincia a vivere subito nel grembo materno?
Analizziamo adesso la fascia dello zodiaco e precisiamo che essa, rispetto alla volta celeste, rappresenta una parte assolutamente insignificante, appena otto gradi di apertura sull’equatore, verso ciascun emisfero. Questo porta ad esludere altre vicine costellazioni e caso ancora più strano, esclude talvolta il pianeta Plutone che nell'eclittica presenta un'inclinazione orbitale di ben 17,2°.
Non si capisce per quale motivo poi, vengano attribuiti dei poteri particolari alle costellazioni dello zodiaco e non anche alle altre costellazioni, quasi come se queste non fossero stelle come le altre!
C’è un altro errore, ancora nella fascia dello zodiaco. Le costellazioni e quindi i segni zodiacali che ci vengono propinati, sono dodici, ma in effetti ne esiste un tredicesimo: c’è la costellazione di Ofiuco che si trova tra lo Scorpione ed il Sagittario e dove il Sole transita dal 29 novembre al 17 dicembre. Come mai, lo hanno dimenticato?
I periodi dei vari segni, determinati dagli astrologi, nel modo anzidetto, ovviamente divergono da quelli scientifici per due motivi evidenti: il primo è che pur volendo arbitrariamente dividere in parti uguali l'eclittica (cosa non corretta), questa andrebbe divisa per tredici e non per dodici, data la presenza di Ofiuco; il secondo motivo è che questi signori hanno dimenticato che esiste la precessione degli equinozi, che sistematicamente in un anno ci cambia le nostre coordinate astronomiche di circa 50' il che significa che in solo cinquant'anni c'è stata una variazione di ben 41° (una enormità). Ciò comporta che "le finestre" delle varie costellazioni non si trovano più dove si trovavano tanti anni fa quando furono calcolate ed individuate.
Porto ad esempio, i dati scientifici della costellazione dello Scorpione. Essa viene effettivamente interessata dal transito del Sole per appena sei giorni, dal 23 al 28 novembre. Gli astrologi invece, in modo del tutto assurdo, fanno decorrere il segno dello Scorpione dal 23 ottobre al 21 Novembre.
Chiaramente anche tutti gli altri segni zodiacali sono sbagliati nei loro periodi e perciò, chiunque dica di appartenere ad un determinato segno, in effetti non apparttiene a quel segno ma ad un segno diverso. Questo non cambia niente, visto che grazie a Dio, le costellazioni non hanno poteri sulla nostra vita.
Oltre quanto già citato e per non appesantire ulteriormente il discorso, dico solo che vi sono molti altri elementi contrari che potrebbero essere messi in rilievo, non ultimo il fatto che l'astrologia è nata tanti anni fa, quando si conoscevano appena sei pianeti e non erano stati scoperti altri corpi celesti, lune e satelliti, che da essa ancora non vengono considerati.
Vorrei quindi far capire al lettore che non sia convinto, che l'oroscopo è una diceria ed è poco serio attribuire alle costellazioni tutto ciò che accade nella nostra vita.
Cosa pensereste se io vi dicessi che le costellazioni non esistono?
Noi definiamo costellazione alcune stelle che viste sul piano della volta celeste, e data l’apparente vicinanza tra di esse, spesso configurano un’immagine particolare a cui diamo un nome. Il fatto è che probabilmente non ci siamo mai chiesto se per caso ci troviamo di fronte ad un fenomeno anisotropo, così come effettivamente è.
Se noi potessimo viaggiare nello spazio, e raggiungere le vicinanze della costellazione che stiamo osservando, poichè in tal modo avremmo cambiato direzione e prospettiva, avremmo l’amara sorpresa di non vedere più l'immagine della nostra costellazione e nel contempo ci accorgeremmo che ciascuna di quelle stelle, che a noi sembravano tanto vicine tra loro, dista invece dalle altre, tanti anni-luce. Avremmo quindi, stelle tra le stelle, senza prerogative particolari se non quelle fisico-intrinseche di ciascuna di esse. Sarebbero semplicemente, si fa per dire, delle bellissime “candele” a fusione nucleare (La speranza ed il futuro dell’umanità, in campo energetico).
Per tutto questo, non diamo retta alle "chiacchiere" astrologiche che per loro natura non hanno e non hanno mai avuto, il supporto di analisi matematiche o quello della riproducibilità dei fenomeni! A noi interessa la verità scientifica, dove dei veri luminari impegnano l'intera vita per sviscerare in modo matematico e secondo i dettami scientifici, quindi senza equivoci, i fenomeni e gli eventi in campo astronomico!

Bellinzago Novarese 17 febbraio 2007
D. Ventre

NON E' AGRITURISMO

NON E’ AGRITURISMO


All’alba ti sveglia il trattore che passa
ed il soffuso vociar contadin che ti avvolge.
Vorresti ancora per poco, Morfeo per amico
ma l’agreste giornata pur per te è iniziata.

Cafone per forza, ti alzi e ti sciacqui la faccia,
al desco t’accosti e la colazione è servita.
Ripassi a memoria della giornata il da farsi
e convieni alla fine che è meglio andar via.


D. Ventre

E' P A Z Z I A ?

Grandi domande vorrei non elidere
per risposte che non riesco a capire
e mille pensieri faccio per carpire
d'ognuno il senso d’essere e vivere.

Osservo di notte il bel cielo lucente
ed in esso mi perdo e mi annullo.
La mente si libera e torno fanciullo,
felice di stare in cornice, silente.

Sue cantiche chiude, le stelle citando,
eppur con esse il Poeta non parla.
Io, la più bella rimango a guardarla
e con essa io a lungo parlo, sognando.

Un astro, ed io indugio a guardarlo,
a me intieramente sembra connesso.
Io parlo con esso, ebbene confesso,
e parlo alla stella. Dovrei non farlo?


D. Ventre

ORO NERO

ORO NERO

Oro nero lo chiamano e tutti lo cercano.
E’ nero e vischioso ed un poco schifoso.
L’attacco gli si sferra per l’effetto serra
ma ognuno lo usa e nessuno lo ricusa.

D. Ventre

R I T I R A T A

RITIRATA


Allor che noti dell’altrui distacco,
non ti occorre lo svuotar del sacco;
il peso considera delle azioni tue,
in punta di piedi esci dalle cose sue!


D.Ventre

LA MIMOSA

LA MIMOSA


E’ gialla, è gioiosa, vellutata ed odorosa,
e tra le foglie è il verde, ch’è poi speranza.
E’ un delicato fior che a te sempre s’addice
e perciò a te offro con amor, la mia mimosa.


D. Ventre

L’AMORE

L’AMORE





Se io potessi……non so cosa farei per sapere i tuoi pensieri
Se io sapessi……ti appagherei in tutti i tuoi desideri, per volare nei tuoi sogni
Se io volassi……ti porterei laddove non v’è gravame, ma solo canti d’amore
Se io cantassi…..avrei per te solo stupende canzoni di vita, per non morire mai
Se io morissi…...ti amerei ancora, perchè la mia anima rimarrebbe quaggiù.





D.Ventre

UN GIORNO DI FIERA

UN GIORNO DI FIERA


I tendoni tutti in fila, colorati e con scaffali,
con i banchi tutti pieni di ogni mercanzia.
Il brusio della gente, il vociare dei mercanti,
il rumore di un motore, il profumo dei fiori.

Lenta incede la nonnina curiosando qua e là,
osserva i prezzi uno ad uno ed infine se ne va;
la pensione è poca cosa e la spesa è troppo cara,
il risparmio c’è da fare e convien tornare a casa.

La mammina col bambino, lesti avanti vanno
per trastulli, giostre, giochi e lo zucchero filato.
Sol più tardi, con l’infante, infine consenziente,
un giretto per i banchi è da fare in tutta fretta.

Sotto il sole è la calura. Per la strada, il gelataio
gira stanco col carrello finché trova la frescura.
Ogni tanto si fa ressa per il cono dolce e fresco
che del caldo spegne il peso e ridona nuova lena.

Cerca scarpe una donzella e le calza al suo piedino,
ne misura proprio tante ma nessuna poi l’aggrada.
Il mercante un po’ seccato, imbronciato la congeda
ed altrove l’introvabile scarpetta l’invita a ricercar.

Passa il vigile, fa un controllo, poi saluta e avanti va.
L’abusivo s’era nascosto e adesso ancora eccolo là!
Le false griffe, le collane, gli orologi ed altro ancora
smercia spesso agli avventori che son suoi sostentatori.

Passa il soldato, il carabiniere, il ladro, la massaia.
Passa la nonna, la mamma, il ragazzo, la comare.
Passa il prete, l’avvocato, il medico, il pensionato.
Tutti passano e passa il giorno che or la fiera chiude.

Non vi sono più i tendoni e non vi è la mercanzia,
nè il brusio della gente nè il vociare dei mercanti.
Sol rimane sulla strada il pattume immondo e gramo
e dei fiori non il profumo ma corolle e steli secchi.



D. Ventre.

LA PIOGGIA

LA PIOGGIA


Dalla nube scende lenta,
scende al suol per irrorarlo
e dar gioia a fiori e campi.
Tintinnante sul selciato,
è silente sopra il prato,
ma col suo dolce brusio,
piano piano al sonno invita.
Se violenta, è scrosciante
e le saette fan paura.
Può far danni al campo,
all’uomo e al fiume,
senza scampo per nessuno.


D. Ventre

UNO STRANO PAESE

UNO STRANO PAESE



Tante persone e tanta è la prole,
tante anime di ben poche parole,
tempo non hanno per dialogare,
ma hanno sol tempo per criticare.

Non hanno voglia di progredire
per l’innata paura di regredire.
Il nuovo è reietto, quasi disprezzo,
ed il vecchio si tiene a caro prezzo.

Solo il giovane lontano s’en fugge
e da questo gran ristagno rifugge,
per altri siti a cercar, volendo trovare
il nuovo più aperto, ch’è da gustare.

Invece l’anziano rimane a guardare,
perché ritiene non bisogna mollare.
Scudo si faccia al nuovo che avanza,
sarebbe un disastro! Che tracotanza!


D. Ventre

MOTO PERPETUO

MOTO PERPETUO


Rimiro dell’onda, allo scoglio, il rumoroso frangersi
o la cheta risacca che la sabbia alla battigia mischia.
Noto il dolce stormir di fronde o dei rami il flettersi,
laddove zeffiro consola o maestrale rinforza e fischia.

Alzo al ciel lo sguardo e penso degli astri il moto.
Muovonsi i pianeti tutti e le galassie con le stelle.
Persino il tempo, di noi governo ed a noi non noto,
muovendosi s’espande e tutto abbraccia come pelle.

E so di microcosmo, di molecole, di atomi e protoni.
Vi son dinamiche forze di attrazione e repulsione.
Ci sono ioni, correnti, orbite d’elettroni, luce e fotoni.
Il tutto fermo appare ma è in celata costante agitazione

Intorno guardati! Osserva il cielo, la terra, l’aria, il mare.
Ovunque ripetesi la storia: non c’è quiete, non c’è riposo,
nemmeno nell’infinitesimo elemento che puoi scrutare.
Tal è il perpetuo moto che, pur palese, a molti è ascoso.



D.Ventre

COSCIENZA

COSCIENZA



Peregrinando per l’etereo immenso spazio,
m’imbattei in una iperlucente stella.
Dalla sua luce inondato e giammai sazio,
ad essa di me offrii parte più bella.

Or brillo anch’io di sua luce riflessa,
ma ancor da essa attratto, io l’agogno
e pazzie faccio e nei pensieri è ressa,
chè inconscio, immenso n’è il bisogno.

Sveglia sognatore! Le stelle son lontane,
sono amiche, sono care, ma sono stelle!
Apri gli occhi e non sognare le campane,
così le cose, di nuovo, rivedrai più belle.



D. Ventre

IL COMPUTER

IL COMPUTER


Scema macchina elettronica,
ha memoria e non sa niente,
ha l’hard disk con tanti Giga
ed il floppy con qualche Mega.
Non è giudice ma processa
il bit, il byte, il campo, il record.
Sol conosce lo zero e l’uno,
ma d’ogni tipo poi da numeri.
In tante lingue legge e scrive
e fa disegni e bei progetti.
L’acqua teme, eppure naviga
stando in rete come un pesce.


D.Ventre

VITA ….IN RITARDO

-
E’ nato, è nato,che gioia! E’ nato, è nato!
E’ tutta una festa per questo bambino,
da tanti lustri voluto ed infine arrivato,
ed ora è smarrito e sembra un pulcino.

Ha gli occhi castani, è proprio carino
e cerca la mamma ché la vuole toccare.
E’ ancora sfinito e piange un pochino,
ad essa si stringe per non farsi staccare.

Scorrono i giorni e vedi il tempo passare.
Il bambino è cresciuto e adesso è scolaro.
La mamma è contenta del suo avanzare
e spera che il figlio sia domani un notaro.

Studia il rampollo e le costa tanto denaro.
La mamma è giuliva, s’impegna e fatica,
sperando che il tempo non riservi l’amaro
e la vita contenga un tantino più aprìca.

Per mamma, che sempre è stata un’amica,
il tempo è volato, quasi come per gioco.
Il capello è imbiancato ed una ruga pudica
s’affaccia al suo viso, gravandolo un poco.

Terminata è la scuola e con alito fioco,
il neo dottore sussurra: finalmente è finita!
La mamma lo guarda ma capisce ben poco,
il tempo è finito e nel figlio continua la vita.


D.Ventre